Giornale dell’Associazione Universitaria Gruppo Zenit
“Università degli Studi di Salerno”
Giornale dell’Associazione Universitaria Gruppo Zenit
“Università degli Studi di Salerno”
Il 27 gennaio si commemora l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, cioè la fine della Shoah del popolo ebraico e di altri perseguitati dalla furia omicida delle leggi naziste. Questa storica giornata (istituita con la Legge del 20 luglio 2000, n.2119) è per ricordare, e mai più dimenticare, la deportazione degli ebrei, degli omosessuali, dei rom, dei disabili e degli avversari politici nei campi di concentramento; luoghi di morte e disperazione costruiti appositamente per sterminare ( la cifra è ancora oggi valutata per difetto) milioni di persone. Persone definite “ impure” per caratteristiche fisiche, antropologiche e culturali non in linea con l’idea di razza ideata dai nazisti. Il “Giorno della Memoria”, così è stato definito il 27 gennaio,è dedicato anche al ricordo degli uomini e delle donne che si sono opposti strenuamente al progetto di sterminio nazista, e, al rischio della propria vita, hanno salvato le vite di tanti perseguitati. Numerose le iniziative per sensibilizzare la collettività a ricordare. A Salerno, l’Archivio di Stato ha organizzato un evento che ricostruisce quelli che sono stati gli effetti delle leggi razziali nella provincia. Inoltre ha messo a disposizione le circolari prefettizie di applicazione delle leggi razziali nella Città. L’attrice Antonella Parisi leggerà passi tratti dai libri di testo delle scuole elementari sull’educazione razzista e sarà proiettato il film “Ebrei a Campagna”: una storia diversa, di Maria Giustina Laurenzi, sul campo di internamento tedesco a Campagna. Poi, Franco Esposito, direttore di Telecolore, e Giuseppe Foscari, dell’Università degli Studi di Salerno, discuteranno delle leggi razziali nella loro applicazione a livello locale e nelle loro tragiche ripercussioni. Infine, il Prefetto Sabatino Marchione consegnerà, nel corso di una cerimonia che si terrà presso il teatro Augusteo, la medaglia d’onore a ventiquattro cittadini, militari e civili, deportati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra o ai familiari dei deceduti.
Mirzia Palmieri
“Avatar”, il nuovo capolavoro di James Cameron, geniale regista di “Titanic” e “Terminator”, è già una rivoluzione nel mondo del cinema. Uscito il 15 gennaio nelle sale italiane, ha confermato il grande successo ottenuto nel resto del mondo. La tecnologia del 3D, per la prima volta nella storia sfruttata sin dalla fase di pre-produzione, crea effetti speciali che catturano lo spettatore, trascinandolo tra la folta vegetazione dell’immaginario pianeta di Pandora. E’ lì che vivono i Na’vi, pacifici alieni blu, minacciati dagli interessi economici degli umani, capaci di aberranti crudeltà per raggiungere il loro scopo. Essi sono attratti dall’Unobtanium, un minerale di altissimo valore, di cui il sottosuolo del pianeta alieno è particolarmente ricco. Il maggiore giacimento è situato sotto l’Albero Casa, dimora della popolazione del posto, e bisogna trovare un espediente che convinca gli indigeni a trasferirsi altrove. Gli avatar, esseri viventi formati unendo il genoma umano e quello Na’vi, avranno proprio il compito di infiltrarsi tra la gente di Pandora e cercare di raggiungere un compromesso, per evitare il brusco intervento degli uomini. Il protagonista Jake Sully -un ex-marine disabile trasferito nel corpo di un avatar- su Pandora, oltre all’amore di Neytiri, conosce ideali ormai perduti negli esseri umani, fino a schierarsi contro la sua stessa razza per difenderli.
Tutto il film ruota intorno alla classica lotta tra il bene ed il male, qui trasportata in un mondo immaginario che mai era apparso così realistico prima d’ora. La potente forza espressiva del digitale viene portata da Cameron e da tutta la sua troupe ai massimi livelli immaginabili, rappresentando a tutti gli effetti una pietra miliare della cinematografia. Avatar, dopo solo un mese dalla sua uscita nel mondo, ha già ottenuto il record di incassi nella storia del cinema ed il suo successo è destinato ad aumentare col passare del tempo.
Anna Bonavoglia
Strudel al cioccolato
Ingredienti:
500g di pasta sfoglia
100g di fichi e albicocche secchi
30g di uvetta
100g di cioccolata fondente
40g di mandorle
40g di gherigli di noce
1 arancia
1 mela
80g di amaretti
50g di burro
20g di zucchero
1 bicchierino di rum
Procedimento:
Fate ammorbidire separatamente in acqua tiepida i fichi, le albicocche e l’uvetta. Dopo che si sono ammorbiditi scola teli, strizzateli e tagliate a pezzetti i fichi e le albicocche. Spezzettate le mandorle e i gherigli di noce.
Sbucciate la mela e l’arancia e tagliatele a pezzetti, scartando semi e noccioli; mettete poi la mela e l’arancia a pezzetti in una ciotola con un cucchiaio di zucchero e il rum.
Grattugiate il cioccolato o raschiatelo con il coltello. Fate fondere la metà del burro in una padella antiaderente e fatevi insaporire velocemente gli amaretti sbriciolati, unite lo zucchero rimasto, mescolate e togliete dal fuoco lasciandolo raffreddare.
Accendeteil forno a 200°.
Stendete la pasta foglia su un canovaccio infarinato. Distribuitevi sopra il composto di amaretti, la frutta fresca (arancia e mela) sgocciolata, l’uvetta, i fichi e le albicocche precedentemente tagliati, le mandorle e i gherigli di noce e in fine le scaglie di cioccolata.
Arrotolate la pasta aiutandovi con il canovaccio e fate aderire le estremità. Fate scivolare lo strudel sulla placca rivestita con carta forno e spennella telo con il rimanente burro.
Cuocete per circa 45 minuti e spolverizzate con lo zucchero a velo prima di retvire.
Ben ritrovati amiche ed amici. Spero abbiate passato buone feste e iniziato l’anno nel miglior modo possibile. L’anno nuovo porta tante novità, a volte belle(vedi gol di Quagliarella che ammutolisce tutta Bergamo), a volte brutte(la tragedia di Haiti). Per quanto riguarda il mondo del poker, il 2010 si presenta ricco di speranze per l’Italia. Le speranze sono rappresentate da tanti nomi e cognomi di italiani che proveranno a lasciare il segno nell’arco di quest’anno che si preannuncia ricco di tornei, e quindi di possibilità di vittorie. Ormai il Texas hold’em è un albero che ha ben piantato le sue radici qui in Italia, regalando tanti frutti ottimi e di grande spessore. Alcuni si sono già fatti apprezzare: su tutti Luca Pagano, Dario Minieri e Max Pescatori, ormai 3 superstars di livello mondiale. Per Luca Pagano, trevigiano, parlano i numeri, che dicono 14 volte ITM(in the money, cioè andare a premi)e 7 final table nei PokerStars European Poker Tour, tornei che si disputano in varie città d’Europa. Il 2008 lo ha consacrato EPT Player Of The Year, l’inizio del 2010 lo ha visto capitano del team Italia alle World Cup Of Poker, l’equivalente dei campionati mondiali di calcio. Luca Pagano è senza dubbio il “PPP”, ovvero il Professional Poker Player, il giocatore italiano più conosciuto al mondo e, molto probabilmente, anche il più forte(ndA). Nel 1985 a Roma nasce una Supernova, per gli amici Dario Minieri. Proprio come una supernova, Dario al tavolo è un’esplosione stellare, che fagocita tutto ciò che si trova nel suo raggio d’azione…fino, purtroppo per Dario, ad esplodere. Ma il soprannome supernova non è dovuto solo a questo: Dario Minieri è stato il primo “supernova”(grado più alto tra i giocatori di PokerStars) a raggiungere i 3.000.000 di fpp(frequent player points), quota stratosferica che gli ha permesso di aggiudicarsi una porsche cayman, quando ancora non aveva neanche la patente! Poi nel giugno 2008 la “supernova” diventa un “caterpillar”, uno di quei mostri enormi che avanzano schiacciando e distruggendo tutto ciò che trovano davanti. Minieri,infatti, vince a Las Vegas il suo primo braccialetto delle World Series Of Poker, nella specialità che meglio mette in risalto la sua aggressività, il $5.000 six handed(non 9 giocatori al tavolo ma solo 6). Oltre alla gloria porta a casa anche un assegno da 528,418$! Dario Minieri, con il suo modo di giocare, al limite dell’incoscienza, è probabilmente il candidato più autorevole per una futura vittoria nel Main Event delle WSOP. E poi c’è un pazzo, uno che aveva un lavoro tranquillo a Milano, ma che, una volta conosciuto il Texas hold’em, ha deciso di mollare tutto e andare a confrontarsi con i players made in USA, a Las Vegas per giunta, la tana dei migliori rounders del pianeta. Ladies and gentlemen, ecco a voi Max Pescatori, conosciuto negli USA come “the italian pirate”, soprannome dovuto al fatto che al tavolo gioca con una bandana tricolore. Milano-Las Vegas è un vero e proprio salto nel vuoto, e non era remota l’ipotesi di bruciarsi. Pescatori per fortuna ha conosciuto a Las Vegas un altro italiano, tale Marco Traniello, consorte della giocatrice più forte di sempre, Jennifer Harman. Grazie a loro il pirata italiano affina la propria tecnica ed inizia a farsi un nome oltreoceano. Poi l’apoteosi: Luglio 2006: l’Italia vince i mondiali di calcio e Max Pescatori il braccialetto WSOP 2006 per l’evento $ 2.500 No-Limit Hold’em. Porta a casa $ 682.389 oltre al braccialetto per essersi piazzato al primo posto. E due anni dopo la festa continua: a giugno 2008 Max aggiunge al suo palmares un altro braccialetto WSOP, stavolta al $2500 mixed game pot limit holdem/pot limit omaha. Quest’altra grande vittoria, ottenuta mettendo in file 456 avversari frutta a Max un primo premio da $246.509! Così il pirata diventa un due volte campione del mondo: da Milano a Las Vegas, dalla polvere agli altari. Roba da italiani. Alla prossima
Umberto Saggese
Se mi fosse possibile scegliere una persona dal passato e trasportarla direttamente nei nostri giorni, io non ci penserei due volte a scomodare Pausania. Già lo vedo, in jeans e maglietta, con un cappello dalla visiera piegata e gli occhiali a goccia, in una berlina di media cilindrata che scivola sul dorso dell’Italia, da Sud a Nord, lungo le nostre autostrade. Con un tom tom satellitare, una moleskine nera ed una biro sull’orecchio.
E dopo averlo lasciato viaggiare, gli chiederei:
Allora, carissimo Pausania, cosa ne pensi della tua periegesi dell’Italia?
Periegesi? Vuoi forse dire Supplizio. Le vostre autovetture sono comode, veloci. Magari ne avessi avuta una in Grecia ai miei tempi! Ma le strade. Uhh. Le vostre strade sono lisce e piacevoli a tratti, indecenti in alcuni casi, insopportabili a volte. C’è un traffico che nemmeno Zeus e Atena potrebbero regolare. E code lunghissime, quando succedono scontri o incidenti.
Vuoi forse dire che preferisci viaggiare come facevi in Grecia?
Certo che no. Voi siete fortunati a vivere oggi. Avete ridotto le distanze. Ed un viaggio non è altro che un semplice spostamento per voi. Questione di ore, non più di mesi o anni. Ho preso degli appunti.
Bene. Vuoi renderci partecipi dei tuoi appunti?
Ecco, vi elaboro in due parole quello che ho scritto di getto prima. Dunque, voi avete molti modi di viaggiare. Non solo autostrade. Ho visto grandi uccelli meccanici in cielo, che chiamate aerei. Ho visto lunghi lombrichi scorrere su binari di acciaio, li chiamate treni. Ho visto percorsi sotterranei, uhm, le metropolitane! E quei grandi mezzi con le ruote, gli autobus. Eppure, la maggior parte di voi si ostina ad usare sempre e solo le automobili. Non capisco il motivo a fronte di tanta scelta.
Quindi, migliorando gli altri mezzi di trasporto dici che sarebbe più facile viaggiare?
Certo. Vedi, ho notato una presenza costante di grandi elefanti senza proboscide. Voi li chiamate camion. Mi sono documentato. So che trasportano merci. Noi, in Grecia, non ne avevamo mica di camion! Per trasportare la merce all’interno del paese ci volevano numerosi schiavi che coprivano lunghi tragitti in parecchi giorni e nemmeno si sapeva se sarebbero arrivati vivi al punto di destinazione. Ci vogliono strade che siano adatte a percorsi medio-brevi. Magari anche tangenti le autostrade. Così che le auto preferiscano queste. In questo modo il traffico si dimezzerebbe, e con esso il pericolo di code. Maledette code. Capisco perché voi, uomini moderni, siete facile preda del nervosismo.
Strade tangenti le autostrade. Che siano adatte a percorsi medio brevi? Ma ne abbiamo già. Le strade statali, e quelle regionali, provinciali. Spiegaci meglio.
Per favorire la scorrevolezza del traffico in autostrada bisogna migliorare le strade interne. Quanto più le strade interne saranno efficienti, tanto più lo saranno le autostrade! E’ lì che bisogna intervenire. Non capisco perché perdete tanto tempo a correggere e potenziare percorsi autostradali. E’ nelle altre strade che dovete lavorare! Perfezionate le strade interne, avrete un’ottima autostrada.
Giuseppe Avigliano
In Italia dopo 22 anni torna il nucleare. Con 154 voti a favore un solo contrario e un astenuto,il Senato ha dato il definitivo via libera al “D.d.l Sviluppo”. il premier Silvio Berlusconi e il presidente Francese Nicolas Sarkosy hanno firmato a Roma l’accordo che vedrà Italia e Francia più vicine all’energia nucleare. L’intesa raggiunta getta le basi per un ampia collaborazione in tutti i settori della filiera ,ricerca,produzione e stoccaggio .Seguita da un accordo tra i due gruppi elettrici enel(italiano) edf(francese).L’obiettivo del governo è di produrre almeno il 25% dell’energia col nucleare,una quota con energie rinnovabili,e il resto con fonti fossili. Il premier promette almeno 3 centrali entro fine legislatura con tecnologia francese epr, che sarà affiancata da impianti di tecnologia Americana ,canadese o russa. In ogni caso si tratterà di impianti di 3 generazione e non di quarta ancora allo studio. L ’enel in Italia ha identificato alcuni siti candidati a ospitare le centrali nucleari che potrebbero entrare in produzione già a partire dal 2018. Il premier afferma che entro il 2020 lavoreranno nell’indotto nucleare settantamila ingegneri e personale specializzato.
Raffaele Colatrella
Otto Dix (Untermhaus 1891, Singen 1969) fu pittore tedesco, esponente della Neue Sachlichkeit, “Nuova oggettività”, in opposizione a correnti come il “Blue Rider” e la “Die Brücke”.
Operò gli anni della fragile Repubblica di Weimar, tra le due guerre mondiali e proprio la guerra, che combatté come soldato dell’esercito tedesco, influenzò la maggior parte della sua produzione.
Studiò alla Scuola delle Arti Decorative, specializzandosi come ritrattista.
Dal 1919 al ’22 aderì al gruppo espressionista della “Nuova Secessione di Dresda, Gruppo 1919”, nonché membro della “Novembergruppe”.
Inseguito con Grosz, Schlichter e Heartfield, diede vita al gruppo dadaista tedesco, su impronta di quello di Zurigo.
Mischiò allo stile dadaista un realsimo acuto, narrativo e morale, pieno di significati simbolici.
E’ di questo periodo la serie di quadri con soggetti come mendicanti, marinai, prostitute, scene di violenza sessuale, tecnicamente eseguiti tramite una pittura volutamente antiartistica e infantile, tipica del Dadaismo.
Fu estremamente critico nei confronti della società tedesca del tempo e le sue opere ne espressero gli aspetti più squallidi.
Importante fu il tema delle conseguente emarginazione sociale dei reduci di guerra e la critica verso l’ipocrisia della società borghese, visibile ad esempio nell’opera “Il venditore di fiammiferi” (1920)*, che raffigura appunto un reduce di guerra, mutilato, costretto ad un umiliante lavoro per sopravvivere, che passa inosservato ai passanti borghesi, elegantemente vestiti, i quali non vogliono né ascoltare, né vedere, preferendo ignorare l’orrore della realtà.
Come modelli usò spesso immagini reali di soldati sfigurati, servendosi di un realismo crudo a tragicamente impietoso per lanciare un violento atto d’accusa antimilitarista.
Entrò nel “Gruppo Rosso” con altri artisti ed espose in una mostra itinerante nell’Unione Sovietica.
Quando il Nazismo avanzò e Hitler salì al potere, Dix venne rimosso dalla carica di professore all’Accademia di Dresda, e nel 1934, la sua arte fu dichiarata “opera degenerata”.
Molti suoi dipinti vennero mostrati nell’esposizione nazista d’arte, con il titolo di “sabotaggio alla difesa dipinto dal pittore Otto Dix”, per essere infine bruciati.
Inseguito fu costretto a dedicarsi esclusivamente alla pittura di paesaggio, evitando temi sociali, questo periodo Dix lo definì un «esilio nei paesaggi», davanti ai quali stava «come ci starebbe una mucca», ma si trasformò comunque in un’esperienza positiva.
Nel dopoguerra affrontò il tema dell’allegorie religiose e poté riprendere le scene di sofferenza legate alla guerra.
La voce dell’Artista:
<< Per me, in ogni caso, è l’oggetto che rimane il fatto primario. La forma è plasmata soltanto dall’oggetto. Perciò mi è sempre apparso della massima importanza il problema dell’avvicinarmi il più possibile alla cosa che vedo. Più importante infatti del “come” per me è la “cosa! Soltanto della “cosa” si sviluppa il “come! >>
(Otto Dix, “L’oggetto è il fatto primario” in Berliner Nachtausgabe- 3 Dicembre 1927)
Anita Rufolo
Jasper Johns è un pittore, scultore e stampatore statunitense, nato in Georigia nel 1930, una delle figure più rappresentative dell’arte del Novecento.
S’impone subito per l’instaurazione di un nuovo rapporto tra immagine reale e immagine dipinta.
Comincia a dipingere negli anni Cinquanta, in modo del tutto diverso dall’Espressionismo astratto, corrente che dominava le scene artistiche statunitensi dell’epoca.
Nel 1954 incontra Robert Rauschenberg, instaurando con quest’ultimo un importante sodalizio artistico, tanto che sono stati entrambi collocati fra gli iniziatori della Pop-Art, etichetta che Johns ha sempre rifiutato. Il suo stile infatti è in un certo senso “tradizionalista”, tratto distintivo che lo differenzia dalla Pop-art appunto.
In effetti pur prendendo i temi della realtà e del quotidiano, Johns mantiene sempre il senso compositivo e pittorico, per cui può essere considerato un artista di passaggio tra l’Informale e una sorta di Neorealismo, in cui si esprime il rapporto diretto dell’uomo con la società dei consumi.
I soggetti che riproduce nelle sue opere sono le bandiere nazionali, le carte geografiche, gli oggetti comuni della società di massa.
L’artista ci spiega che nelle sue opere troviamo “quegli oggetti che si guardano, ma non si vedono”.
Il problema della rappresentazione del reale trova in Johns una soluzione attraverso l’inserimento dell’oggetto stesso all’interno del dipinto: è la ripresa del Ready-made di Marcel Duchamp, ecco perché citando Johns si parla anche di New-Dada.
Nel 1958 realizza con la tecnica dell’encausto su tela, pittura che si serve di colori diluiti in cera fusa e spalmati a caldo sulla superficie interessata, l’opera Le Tre Bandiere, che consiste nella sovrapposizione di tre riproduzioni della bandiera degli USA.
Intorno agli anni Settanta si orienta in maniera del tutto autonoma verso l’Informale con la serie di quadri detti a tratteggio diagonale.
Giunge successivamente, pur mantenendo la diagonalità delle linee, a un recupero dell’immagine naturale, sui cui pannelli si proietta costantemente un’ombra umana, indicando forse la presenza permanente dell’autore davanti ad ogni sua opera.
Curiosità:
E’ l’artista vivete più quotato ed è stato eletto accademico d’onore dell’Accademia delle arti del disegno di Firenze.
Aniata Rufolo
“Alla vigilia del Summit mondiale sui cambiamenti climatici che si apre il 7 dicembre a Copenhagen – dichiara Antonio Dalla Venezia, Presidente nazionale della FIAB – chiediamo al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che il Governo italiano, all’interno degli accordi globali per fermare i cambiamenti climatici, sostenga pienamente le politiche della mobilità ciclistica, a partire dall’adesione alla Carta di Bruxelles, il documento volontario promosso dall’European Cyclists’ Federation per chiedere alle istituzioni locali e internazionali, l’adozione di adeguate misure per elevare entro il 2020 la media europea di spostamenti in bici al 15% e per dimezzare gli incidenti mortali ai danni degli utenti della strada in bicicletta”.
Bene, perché al centro del dibattito del Climate Conference Copenhagen 2009 c’è proprio la mobilità ciclistica? La risposta è semplice: sulle brevi distanze, la bicicletta costituisce il mezzo di trasporto più confacente e conveniente. Se si pensa che il 40 per cento degli spostamenti in ambito urbano sono al di sotto dei 4 o 5 chilometri, si capisce quale possa essere il campo di espansione dell’uso della bicicletta. Campo ulteriormente dilatabile se si opera anche per favorire l’integrazione della bici con i mezzi pubblici di trasporto.
Certo, per favorire la mobilità ciclistica urbana occorrono provvedimenti di moderazione del traffico (per garantire la sicurezza degli utenti deboli della strada e per ridurre la congestione del traffico), piste e corsie ciclabili, sottopassaggi e passerelle, semafori specializzati, parcheggi, depositi e centri di noleggio, strutture e servizi per favorire l’intermodalità bici/mezzi pubblici, ed altro ancora.
A tal proposito, l’associazione Cycling Salerno della Federazione Italiana Amici della Bicicletta sta promuovendo una petizione per chiedere all’Amministrazione Comunale di Salerno una pista ciclabile “Tutta Attaccata” che prevede la sistemazione e il collegamento dei due tratti di piste ciclabili già esistenti sul Lungomare Trieste ed il Lungomare Tafuri e il suo prolungamento fino allo Stadio Arechi. (per maggiori info, http://www.cyclingsalerno.it)
Ovviamente tali provvedimenti da soli non sono sufficienti, ma bisogna stimolare i cittadini al cambiamento nelle abitudini di trasporto, passando dall’uso improprio dell’auto a un maggior utilizzo della bicicletta, con l’organizzazione di campagne generali e specifiche per la promozione dell’uso della bici in città, l’attuazione nelle scuole di progetti di educazione stradale ed alla mobilità sostenibile, la previsione di incentivi per i dipendenti di enti ed aziende che si impegnano ad utilizzare la bici per i tragitti casa – lavoro, azioni per lo sviluppo dell’uso della bici nei tragitti casa – scuola.
In questo modo si avrebbero meno emissioni e meno spazio occupato dalle auto in sosta, quindi più spazio verde in città, con effetti benefici, diretti ed indiretti sulla salute; infatti, già di per sé andare in bici fa bene, soprattutto ai lavoratori che conducono una vita sedentaria, poi, contribuendo ad una maggiore salubrità dell’ambiente, di riflesso, ci si espone ad un minore inquinamento.
Valentina Battipaglia